Mombaroccio custodisce tra le sue mura un patrimonio prezioso: edifici illustri, chiese trecentesche che emanano un’aura di spiritualità e un teatro settecentesco recentemente restaurato. Un centro storico dove la memoria della vita contadina e degli antichi mestieri rivive in musei che sono autentiche testimonianze d’arte e civiltà.
Il nome del borgo deriva dal latino Mons Birotius, a indicare il “monte del biroccio”. Il biroccio era il caratteristico carretto a due ruote utilizzato per percorrere le strade più impervie, simbolo di un territorio che ha saputo trasformare la complessità della sua morfologia in un punto di forza strategico.
Situato in un punto di passaggio storicamente cruciale tra Fano e Pesaro, Mombaroccio è difeso fin dal XIII secolo da un castello e da imponenti fortificazioni. Una posizione che lo ha reso un baluardo fondamentale nel controllo delle dinamiche territoriali del pesarese.
Grandi personalità hanno segnato il destino di queste strade: dai potenti Malatesta, artefici delle cinte murarie, a Guidobaldo del Monte. Quest’ultimo, eminente matematico e astronomo legato a Galileo Galilei, ha conferito al borgo un prestigio scientifico che brilla ancora oggi nella storia della cultura europea.
Il glorioso passato di Mombaroccio si riflette anche nelle opere di Ciro Pavisa, celebre pittore del Novecento. Le sue creazioni di arte sacra, diffuse nel borgo, rappresentano un ponte visivo tra la devozione antica e la sensibilità moderna, arricchendo il patrimonio artistico locale.
Attraversare Mombaroccio significa compiere un viaggio sensoriale: varcando Porta Maggiore e uscendo da Porta Marina, lo sguardo si apre su un paesaggio infinito. Nelle giornate limpide, la vista spazia dal Colle del Beato Sante fino a Rimini, abbracciando l’intero Adriatico fino al profilo del Monte Conero.
Una volta varcata la soglia di Porta Maggiore, il visitatore è accolto dall’aurea medievale che trasuda da ogni sampietrino in via Guidobaldo del Monte, la strada principale che si percorre nel centro storico.
Ed ecco che si staglia all’orizzonte il primo palazzo nobiliare che accoglie i visitatori, Palazzo del Monte che, risalente al XVI secolo, fu residenza dei Marchesi del Monte. Ciò che attira lo sguardo è l’ampio e meraviglioso giardino di 1600 mq, cui si accede da una via laterale e che è stato oggetto di un recente restauro.
Da qui la vista è rapita dallo straordinario paesaggio, che si può ammirare grazie alla sopraelevata cinta muraria, percorrendo il camminamento che la costeggia. Lungo via Del Monte il centro storico di Mombaroccio vanta altre strutture di gran pregio artistico e architettonico, come la chiesa principale, intitolata ai Santi Vito e Modesto, che sono anche i protettori del paese.
Si tratta dell’edificio più alto e imponente del borgo, eretto nel Trecento caratteristico non solo per le dimensioni che lo distinguono, ma anche per i suoi fregi.
Via Del Monte sfocia in Piazza Barocci, su cui si erge il Palazzo del Comune, del XIV secolo, il cui fianco è dominato dalla Torre Civica, innalzata tra il 1608 e il 1609 dall’architetto pesarese Guerrini. Accanto a essa si trova poi la chiesa di San Marco, fondata nel 1424, caratterizzata dal portale esterno con il bassorilievo in pietra d’Istria in cui è riprodotto il Leone di San Marco che, con l’artiglio, ghermisce il Vangelo.
Adiacente alla chiesa di San Marco si trova il chiostro dell’ex convento dell’ordine dei Girolomini, oggi sede degli uffici dell’amministrazione comunale.
Il centro storico di Mombaroccio offre diverse altre attrazioni culturali, dal Museo di Arte Sacra, che conserva opere di inestimabile pregio risalenti all’età barocca, fino al Museo della Civiltà Contadina.
Proseguendo nella passeggiata, si arriva infine a Porta Marina, così chiamata perché rivolta verso il mare.
Mombaroccio è un forziere di tesori nascosti che meritano di essere visitati e apprezzati, perché chicche uniche, testimonianze di epoche che furono. Della struttura originale della chiesa di San Marco, fatta erigere nel 1424 da Pier Francesco Rattoli grazie ai guadagni derivanti dalla sua attività di mercante a Venezia, e poi completamente ristrutturata, oggi rimane il timpano del portale d’ingresso, in cui è rappresentato il Leone di San Marco.
Ma ciò che essa nasconde all’interno della sagrestia e nei locali dell’ex convento dei Girolomini non è meno significativo: qui, infatti, ha sede il Museo dell’Arte Sacra di Mombaroccio, sorto negli anni Ottanta grazie al lavoro di tanti volontari e volontarie che, con il sostegno della Pro Loco locale, hanno raccolto quadri, pale, incisioni, mobilia, paramenti sacri, tessuti con filamenti in oro e argento e oggetti sacri dei secoli dal XVI al XIX che erano custoditi nelle chiese disseminate nel territorio di Mombaroccio, testimonianza del lavoro di tanti artisti rimasti anonimi.
L’ex convento dei Girolomini nasconde anche altri tesori, nelle grotte di tufo e nei sotterranei seicenteschi; qui, infatti, trova spazio un Museo della Civiltà Contadina, sorto negli anni Ottanta sempre grazie all’impegno e alla dedizione dei volontari coordinati dall’eccezionale passione di Varis Iacucci, mobaroccese doc attento a preservare e a tramandare nel tempo la memoria dei luoghi.
Il Museo contiene strumenti, attrezzi di lavoro agricoli, artigianali e casalinghi di un periodo che abbraccia i secoli XVIII, XIX e XX. Sono dodici le stanze che compongono la struttura, scrigno di oltre cento pezzi, tra cui emergono una seminatrice a setaccio, una pesa pubblica, degli arnesi impiegati dal ciabattino, perfino una carrozza d’epoca.
Varcare la soglia di questo museo è come tornare indietro nel tempo e rivivere la vita quotidiana dei contadini; sono state ricreati, infatti, locali che ricordano la cucina di una casa colonica, la neviera, la cantina, la stanza olearia… oltre alle botteghe di fabbri e falegnami.
Troviamo, infine, all’interno dei locali della Torre Civica, il Museo del Ricamo, in cui sono conservati i ricami pregiati dell’antica tradizione popolare, legata alle donne di Mombaroccio. I pezzi più antichi risalgono al XV secolo, periodo nel quale veniva impiegata la tecnica del legaccio.
Nel paese è attiva anche oggi una scuola di ricamo, i cui frutti possono essere ammirati dai visitatori che fanno capolino nei locali della Galleria della Torre.
Non solo arte e musei, ma anche spettacoli a Mombaroccio: è stato infatti recentemente restaurato il Teatro comunale, risalente alla metà del Settecento. Riaperto nel 2013, oggi è luogo che racchiude il moderno coniugato a un sentore nostalgico del tempo che fu.
Per giungere al Santuario del Beato Sante, a pochi chilometri dal centro storico di Mombaroccio, occorre addentrarsi nel bosco circostante e percorrere una strada che, in pieno autunno, offre un’immagine di sé suggestiva e fiabesca, col tappeto di foglie gialle, arancioni e marroncine che si sentono scricchiolare a ogni passo.
La fondazione del Santuario risale al 1223, ad opera dei frati francescani, che ancora oggi ne hanno cura. “La chiesa e il convento del Beato Sante sono un complesso di grande importanza per la storia civile, religiosa ed architettonica delle Marche”, scriveva nel XIII secolo papa Niccolò IV e oggi non possiamo che confermare queste parole, perché il Santuario è davvero un riferimento importante per i fedeli, oltre a rappresentare un polo artistico e culturale. Il complesso architettonico si presenta come il risultato di sette secoli di interventi e della commistione di stili differenti, che lo hanno reso unico e particolare.
Il lato est si mostra con la sagomatura architettonica tradizionale che dà spazio alla navata principale e su cui si erge il maestoso e originale campanile, con i suoi capitelli in pietra bianca.
Il porticato di pietra di Sant’Ippolito, lo stupendo portone del 1300 in legno di larice, le rappresentazioni sotto il porticato ci restituiscono l’immagine di un complesso architettonico unico nel suo genere. L’interno della chiesa ospita la Cappella del Beato Sante, realizzata nel XVIII secolo, che conserva le spoglie mortali del Beato.
Qui troviamo anche una tela attribuita al Favini e affreschi di Ciro Pavisa, come il già citato “Miracolo delle ciliegie”. Ma quale ruolo è attribuito al Beato Sante, quali le azioni che lo hanno reso così importante per Mombaroccio?
Giansante Brancorsini: questo era il nome del ventisettenne che, nel 1370, bussò alle porte del convento della chiesa di Santa Maria di Scotaneto e chiese al Padre Guardiano di accoglierlo nel convento in segno di penitenza per un peccato che aveva commesso e il cui rimorso lo tormentava da un anno: per legittima difesa, egli aveva involontariamente colpito a morte un parente che, colto da un raptus di follia, stava per ucciderlo.
Il Beato Sante, si racconta, fu protagonista di tre singolari episodi che fecero gridare al miracolo: dopo averla benedetta rese fertile una quercia sterile da anni che produsse una quantità incredibile di ghiande sulle quali era incisa una piccola croce; rese mansueto un lupo selvatico che aveva incontrato lungo il cammino di ritorno al convento e che stava per sbranarlo e infine, tra l’incredulità di tutti i frati che vivevano con lui, in pieno inverno riuscì a far produrre delle ciliegie dall’albero del convento.
Due personaggi illustri hanno calcato le strade del borgo medievale di Mombaroccio e sono Guidobaldo del Monte, vissuto tra il 1545 e il 1607, e Ciro Pavisa, nato nel 1890 e morto nel 1972.
Nobile, scienziato, illustre matematico, fisico e astronomo il primo, artista e pittore il secondo. Guidobaldo del Monte nacque in una eminente famiglia che ascese alla nobiltà solo una generazione prima della sua nascita: fu infatti il padre Ranieri a essere insignito del titolo di Marchese del Monte grazie ai meriti che ottenne in ambito militare.
Alla morte di Ranieri, Guidobaldo ereditò il titolo e iniziò a firmarsi “dal Monte” anziché “del Monte”, secondo l’uso del tempo.
Egli ereditò anche un cospicuo patrimonio, tanto che ottenne il titolo di Conte di Mombaroccio.
Guidobaldo dedicò tutta la sua vita alla scienza, alla matematica; studiò infatti all’Università di Padova, anche se probabilmente non conseguì alcun titolo, e fu proprio lì che instaurò un forte legame di amicizia con il poeta Torquato Tasso, il quale dedicò a Guidobaldo il sonetto “Misurator di corpi celesti”.
Dopo aver prestato servizio militare combattendo in Ungheria, il conte si ritirò nella sua tenuta a Mombaroccio, dove si dedicò completamente agli studi scientifici. Celebre è poi il suo scambio epistolare con Galileo Galilei.
La sua opera più importante fu “Liber Mechanicorum”, data alle stampe nel 1577, testo da cui Galileo trasse alcuni importanti spunti per i suoi studi. Il rapporto tra i due uomini sarà uno dei temi oggetto di un convegno che si terrà ad aprile 2023.
In un’epoca forse più travagliata, segnata dagli orrori delle due guerre mondiali, si trovò invece a operare Ciro Pavisa, un uomo dalla personalità schiva, riservata, che esprimeva se stesso attraverso le sue opere.
Si fece notare già da adolescente: ricoprì di tempere l’interno della parrocchia di Santa Susanna a Villagrande di Mombaroccio. Fu così proprio l’amministrazione comunale a pagare gli studi di Ciro alla Scuola d’Arte di Urbino, dopo aver notato il suo genio artistico.
Di lui, Ivana Baldassari disse che dipingeva “perché senza dipingere non potrebbe vivere, sarebbe come vivere senza cuore, senza sole, senza acqua”. Ciro Pavisa aveva due grandi passioni: i soggetti sacri e la “pittura a cavalletto”; ma fu nel primo ambito che si distinse particolarmente.
Al Santuario di Beato Sante, cui era legatissimo perché la sua dimora natale sorgeva proprio lì accanto, lasciò una delle sue opere più importanti: “Il miracolo delle ciliegie d’inverno”.
Mombaroccio regala degli scorci paesaggistici mozzafiato e nei dintorni del borgo si può vivere la natura allo stato brado. Le passeggiate nel bosco a piedi o su due ruote, inoltrandosi nel fitto della vegetazione, rappresentano uno dei modi più genuini e magici per immergersi nella natura e viverla sulla propria pelle.
Tra l’orchidea purpurea che spunta nel sottobosco, funghi e tappeti di pungitopo con le vivaci bacche rosse che sembrano sussurrare parole d’amore, fiori e felci trasudanti vita, con le loro foglie verdi ove indugiano quelle gocce di rugiada che si mostrano come una pioggia di brillanti, si possono ascoltare i suoni dei pini, dei ginepri, del mirto, “stromenti diversi sotto innumerevoli dita”, come direbbe D’Annunzio che descrive il paesaggio tipico dei boschi ne “La pioggia nel pineto”.
Ogni senso è colpito e pungolato in questi luoghi: l’olfatto rapito dal profumo dolce e intenso delle ginestre nel periodo della fioritura fino a luglio e delle miriadi di erbe aromatiche che pullulano nel bosco, la vista estasiata dai colori della vitalba, della rosa canina o del biancospino, del giglio rosso e dei ciclamini, dei tigli, degli olmi, il tatto dalle dita che carezzano i tronchi lisci o ruvidi degli alberi e l’udito stimolato dal calpestio delle foglie e dagli scricchiolii e dai suoni della natura.
Respirare aria pura, pulita, lontano dal tramestio urbano, distanti dallo smog, dal traffico, dall’inquinamento anche acustico dei grandi centri cittadini, godere dei silenzi religiosi che solo un ambiente fatato può garantire: questa è la caratteristica principale della Sorgente ed edicola della Madonna del Pontaccio, un luogo ameno che offre aria fresca, piacevole e pulita, ove gli unici suoni sono il canto degli uccellini e il fruscio del venticello tra gli alberi.
La fontana della sorgente, recentemente restaurata, è funzionante e la sua acqua oligominerale è talmente ricercata che anche persone provenienti da zone limitrofe vi si recano per imbottigliarla. Si trova in Via del Pontaccio, presso la frazione di Villagrande, ed è posizionata a ridosso di un breve corso d’acqua, raggiungibile tramite un sentiero di qualche decina di metri.
Mombaroccio offre diverse occasioni di convivialità ed eventi caratteristici, che richiamano ogni anno tanti visitatori. D’estate le strade del paese si animano a iniziare dall’ultimo fine settimana di giugno per proseguire con il primo di luglio, in occasione della fioritura della lavanda.
Fa da sfondo all’evento “Lavanda in Fiore a Mombaroccio… e non solo!” il Santuario del Beato Sante che, per l’occasione, si inebria del profumatissimo, intenso e avvolgente odore del fiore violaceo, che dona freschezza e delicatezza, grazie alle sue caratteristiche. Si tratta di una vera e propria esperienza, che consente ai partecipanti delle attività proposte di vivere l’atmosfera del bosco e dei campi di lavanda, oltre a renderli edotti circa le caratteristiche delle erbe officinali.
E poi percorsi naturalistici, mercatini di artigianato locale, corsi di yoga aperti ad adulti e bambini, giri a cavallo e tour di cicloturismo. I buongustai non potranno non partecipare, poi, alla Festa della tagliatella, organizzata nella frazione di Cairo di Mombaroccio, nel mese di agosto.
Tagliatelle fatte a mano vengono appositamente preparate dalle volontarie del comitato della tagliatella, per soddisfare gli esigenti palati dei visitatori.
L’anno si conclude in bellezza, e in una magica atmosfera natalizia, con i mercatini di Natale, meta di tanti appassionati provenienti da tutta Italia. Musica e tradizioni nei vicoli del borgo che si veste a festa per l’occasione; bancarelle, espositori artigianali, prodotti tipici del territorio e ambientazioni a tema animano il centro da ben ventitré anni, in modo da far vivere, a ogni visitatore, quell’atmosfera ricca di fascino e incanto che solo il Natale è in grado di offrire.
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